JadePuffer potrebbe essere il primo ransomware autonomo: l’ipotesi emersa nelle ultime ore
Avrebbe agito da solo, via Langflow, fino al payload finale

- 6 luglio 2026
- Aggiornato: 6 luglio 2026 alle ore 14:26

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JadePuffer: il ransomware che potrebbe aver portato avanti da solo un attacco, dall’accesso iniziale fino all’ultimo payload
JadePuffer potrebbe essere stato il primo ransomware capace di percorrere in autonomia tutta la catena di un attacco, dall’ingresso iniziale alla distribuzione del payload finale. È l’ipotesi che nelle ultime ore ha iniziato a circolare con più insistenza online. Per adesso, però, restiamo nel campo delle ipotesi: mancano ancora conferme arrivate da analisi indipendenti.
Per i ricercatori che hanno messo sotto osservazione JadePuffer, ci sarebbe davanti qualcosa che potrebbe segnare un passaggio importante per la criminalità informatica.
Se questa ricostruzione reggerà anche alle verifiche successive, il caso farà vedere con una certa chiarezza dove stiamo andando: strumenti sempre più capaci di automatizzare attività che fino a poco fa richiedevano mani esperte, e tempi sempre più stretti per chi deve accorgersi di un’intrusione e bloccarla prima che faccia danni.
JadePuffer: come si sarebbe svolto l’attacco
Stando ai ricercatori, l’accesso iniziale sarebbe passato da una vulnerabilità critica già conosciuta nel framework open source Langflow, la CVE-2025-3248.
Ed è qui che la storia si fa interessante, perché non si parlerebbe di un exploit nuovo o particolarmente esotico. Sarebbe, molto più semplicemente, l’uso ben fatto di una falla nota e, a quanto sembra, non corretta in tempo.
I ricercatori, comunque, dicono di aver visto diversi segnali che vanno in questa direzione.
Dopo la compromissione iniziale, sempre secondo la loro ricostruzione, JadePuffer avrebbe proseguito da solo con la ricognizione dell’ambiente, il furto di credenziali e il movimento laterale tra i sistemi.
In uno dei casi osservati, raccontano, dopo un tentativo di login andato a vuoto il software avrebbe cambiato approccio e ripreso l’attività nel giro di 31 secondi.
È questo, alla fine, il passaggio che mette più in allarme.
Più del payload in sé, conta il comportamento: un software che non si limita a eseguire una sequenza fissa, ma che lungo il percorso aggiusta la rotta e prende decisioni operative.
Un ransomware più distruttivo che redditizio
L’esito dell’operazione, però, non fa pensare a un obiettivo economico limpido.
Secondo i ricercatori, JadePuffer avrebbe cifrato 1.342 elementi di configurazione dei servizi e poi eliminato i dati originali.
Il punto più grave, sempre secondo le analisi, è un altro: la chiave di cifratura non sarebbe stata salvata né inviata all’esterno.
Tradotto in termini pratici, recuperare i dati risulterebbe impossibile anche nel caso in cui la vittima decidesse di pagare.
Per un ransomware è una stranezza non da poco, perché di solito un percorso di recupero viene lasciato apposta, proprio per trasformare l’attacco in denaro.
Anche il messaggio di riscatto alimenta i dubbi sul movente finanziario.
Nelle analisi circolate finora si legge infatti che il messaggio conteneva un indirizzo Bitcoin generico, che sembrerebbe pescato da dati di addestramento più che predisposto davvero per ricevere un pagamento.
Da qui l’idea, condivisa da alcuni osservatori, che la campagna possa essere stata più distruttiva o sperimentale che davvero orientata al profitto.
Perché il caso preoccupa i team di sicurezza
Per alcuni analisti, JadePuffer rientra in una tendenza più ampia che nel 2025 si vede già abbastanza bene: operazioni malevole assistite da sistemi sempre più autonomi. Gli stessi analisti la sintetizzano con un’etichetta, “Ransomware 3.0”.
Detta in modo più semplice: attacchi più veloci, più automatizzati e, potenzialmente, molto più dirompenti.
Per chi gestisce sistemi, reti o sicurezza, però, il messaggio è meno futuristico di quanto possa sembrare a prima vista.
Anche qui, infatti, il buon esito dell’operazione sarebbe dipeso da problemi vecchi e fin troppo noti: sistemi non aggiornati, servizi vulnerabili esposti e una gestione debole delle credenziali.
Le fondamenta della difesa, insomma, non cambiano: patch applicate in fretta, privilegi ridotti al minimo, accessi protetti, attenzione ai movimenti laterali.
La differenza è che adesso quegli stessi errori possono essere sfruttati da campagne capaci di muoversi da sole, senza pause, con tempi di reazione molto più corti.
Ed è questo il segnale che il settore non può lasciarsi passare davanti, più ancora del nome JadePuffer.
Julianne Omamos è una content writer appassionata di tecnologia digitale. Crea recensioni informative su software e app, aiutando gli utenti a sfruttare al meglio la loro esperienza digitale.
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