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Amazon taglia oltre 57.000 posti dal 2022: più pressione per chi resta
Coinvolti AWS, Prime Video e retail, pari al 16% corporate

- 12 luglio 2026
- Aggiornato: 12 luglio 2026 alle ore 18:13

Amazon: oltre 57.000 posti impiegatizi tagliati dal 2022
Dal 2022 Amazon ha cancellato più di 57.000 posti corporate. Messo in prospettiva, vuol dire circa il 16% della sua forza lavoro impiegatizia. Le due ondate principali, una da circa 14.000 persone e l’altra da 16.000, sono state descritte in più ricostruzioni come le più pesanti mai affrontate dall’azienda.
Ai mercati è arrivato un segnale netto: tagliare i costi, assottigliare i livelli manageriali, aumentare l’efficienza dopo la corsa alle assunzioni degli anni della pandemia.
Solo che, a sentire molti dipendenti ed ex dipendenti, quel costo operativo non si è dissolto. Si è spostato. Oggi pesa su chi è rimasto dentro Amazon e su chi, uscito, prova a rientrare in un mercato del lavoro molto più duro di prima.
Tagli Amazon: cosa sta succedendo davvero
I tagli non hanno riguardato un’unica area. Sono finite dentro anche divisioni centrali del gruppo: Amazon Web Services (AWS), Prime Video, retail e PXT, cioè la struttura interna che gestisce risorse umane e organizzazione.
Nel frattempo Amazon continua comunque ad assumere in alcuni segmenti ritenuti strategici. Questo dettaglio conta, perché fa capire che non siamo davanti a un congelamento generale delle assunzioni. Sembra piuttosto una riallocazione molto selettiva delle risorse, con alcune aree alleggerite e altre ancora alimentate.
La versione ufficiale dell’azienda è lineare: i tagli servono a ridurre la burocrazia, abbassare i livelli gerarchici e rendere l’organizzazione più snella.
Poi c’è la lettura di diversi analisti, che va in una direzione un po’ diversa. Per loro la mossa serve anche a liberare capitali da spostare su infrastrutture, automazione e nuovi investimenti tecnologici. Secondo varie stime, i risparmi annuali si aggirano intorno ai 6 miliardi.
Il mercato del lavoro tech si è fatto molto più difficile
Per chi ha lasciato Amazon, il momento era uno dei peggiori possibili. Gli ex dipendenti si sono ritrovati dentro un mercato già intasato da licenziamenti simili in aziende come Meta, Microsoft, Cisco, Oracle e Google.
Fino a poco tempo fa, cambiare posto poteva richiedere circa quattro mesi. Oggi, stando a molte testimonianze, in parecchi casi la ricerca si trascina per 12 o persino 18 mesi.
Le conseguenze si vedono subito nella vita concreta: risparmi che si assottigliano, più tensione in famiglia e, per i lavoratori stranieri, anche il peso dei visti e delle scadenze per poter restare negli Stati Uniti.
Chi è rimasto lavora di più e vive peggio l’incertezza
La parte meno visibile dei licenziamenti riguarda chi in azienda c’è ancora. Le testimonianze parlano di carichi più pesanti, di un equilibrio tra vita privata e lavoro che peggiora, e di una paura costante che arrivi un’altra sforbiciata.
Nei conti il vantaggio economico compare subito. La pressione organizzativa, invece, arriva dopo e si scarica sulle persone rimaste.
Non succede solo in Amazon. Diverse rilevazioni mostrano che nel 2023 il settore tech statunitense ha registrato circa 140.000 tagli, spesso mentre cresceva la spesa per infrastrutture e piattaforme su cui le aziende scommettono per il futuro.
Anche altre big hanno eliminato migliaia di posti, aumentando nello stesso tempo gli investimenti nelle aree considerate prioritarie.
Effetti globali e prime tensioni politiche
L’impatto si è fatto sentire anche fuori dagli Stati Uniti. Secondo diverse ricostruzioni, in Lussemburgo sono stati eliminati 370 posti. In Québec la chiusura di sette magazzini ha colpito 1.900 dipendenti, oltre ad altri 2.800 autisti a contratto. In India Amazon prevede di ridurre di circa il 15% i ruoli HR.
In alcuni casi, gruppi sindacali hanno contestato queste decisioni, sostenendo che dietro possano esserci anche motivazioni anti-sindacali.
Sul piano normativo, per ora, le risposte restano deboli. Alcuni tribunali cinesi hanno stabilito che sostituire lavoratori con sistemi automatizzati, da solo, non basta a giustificare un licenziamento.
Negli Stati Uniti una tutela equivalente non c’è. Però il dibattito su come vadano distribuiti i benefici delle grandi trasformazioni tecnologiche sta iniziando a scaldarsi davvero. E qui la questione diventa politica, prima ancora che aziendale: chi deve trarre beneficio, in concreto, da questa nuova efficienza?
Giornalista specializzato in tecnologia, intrattenimento e videogiochi. Scrivere di ciò che mi appassiona (gadget, giochi e film) mi permette di mantenere la sanità mentale e di svegliarmi con un sorriso sul viso quando suona la sveglia. PS: questo non è vero al 100% del tempo.
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